9 aprile 2017

«Davvero costui era Figlio di Dio!» Commento al Vangelo del 9 aprile 2017, Domenica delle Palme

Il brano evangelico di questa domenica che ci introduce nella settimana santa ci offre più di qualche motivo per meditare. Non potendo soffermarci a lungo e su ogni singolo aspetto, mi limiterò a sottolinearne soltanto qualcuno. 
Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». 
Questo passaggio iniziale della pericope di Matteo orienta la nostra attenzione sulla testimonianza. Giuda, uno dei dodici, e quindi un discepolo del Maestro Gesù, non è stato capace di essere fedele nella testimonianza fino alla fine. Ha avuto paura di fare anch'egli la fine del suo Maestro, si è lasciato accecare da una misera offerta pecuniaria, si è lasciato condizionare dai frivoli ragionamenti dei sommi sacerdoti, si è lasciato immischiare dalla rissa del popolo intorno a Gesù. Giuda si è lasciato ubriacare dalla falsità di un popolo incapace di adottare la nuova logica di Dio, buttando a mare tutta la sua esperienza di chiamato. Basta poco per mandare alla malora una scelta di fede. Quante volte anche noi, che ci professiamo cristiani e magari siamo pure assidui frequentatori della comunità ecclesiale o abbiamo addirittura incarichi all'interno di essa, svendiamo il nostro Maestro! Quante volte non siamo costanti nel nostro percorso di credenti! Quante volte pure noi ci lasciamo ubriacare dal comune pensare sulla persona di Gesù e così in cambio di una fedeltà a lui ci prostituiamo a idoli d’argento, come le monete date a Giuda! Siamo chiamati a riflettere sulla nostra coerenza di vita, sul nostro impegno di credenti, sulla nostra fedeltà di discepoli, sulla nostra testimonianza di amore. 
Restate qui e vegliate con me. 
Con tristezza Gesù chiede ai suoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, di sostenerlo nella sua opera di redenzione, di non stancarsi di pregare insieme a lui, di non lasciarsi immischiare dal trambusto della folla che sta per venirlo ad incatenare. Gesù chiede di sostenerlo nella sua missione senza mai scoraggiarsi dinanzi alla sua apparente impotenza. Nel Getsemani Gesù appare impotente, denigrato, declassato nella sua onnipotenza divina. Quell'impotenza in realtà mostra la potenza di Dio. È l’impotenza dell’amore. L’amore non appare mai forte ma debole. Un amante si scioglie dinanzi all'amato. L’amore scioglie, smussa ogni spigolatura, umanizza il cuore, rende sensibile una persona. Gesù chiede di non lasciarsi ingannare da ciò che appare forte e di credere in un amore che si scioglie, e per questo chiede di non demordere dinanzi alle difficoltà, dinanzi alla sua umanità, dinanzi al disprezzo dell’uomo nei confronti di ciò che appare debole. Restare con lui e sostenerlo nella sua preghiera significa continuare a seguirlo nonostante le difficoltà, amarlo nonostante la sua apparente impotenza, testimoniarlo nonostante il popolo la pensi diversamente. Siamo capaci di vegliare con lui e di sostenerlo nella sua missione? 
Misero le mani addosso a Gesù. 
Il popolo, i soldati e i sommi sacerdoti mettono le mani addosso al Maestro per arrestarlo, nel tentativo di bloccare la sua forza d’amore, di mettere freno alle sue iniziative di misericordia nei confronti dell’uomo fragile e bisognoso. Vogliono impedire che Gesù continui la sua opera di redenzione e per questo lo arrestano, lo percuotono. Quante volte anche noi mettiamo le mani addosso al nostro Signore per frenare le sue iniziative d’amore, per impedirgli di agire liberamente e secondo giustizia, per non farlo parlare, perché non si odano troppo le sue parole estroverse. Quante volte blocchiamo l’agire di Dio con il nostro modo di pensare diversamente dalla logica del Vangelo! Quante volte gli mettiamo le mani addosso per bloccare la sua azione di amore! 
Non conosco quell'uomo! 
Ha esclamato più volte il discepolo Pietro. Addirittura dice quell'uomo, quasi non gli appartenesse e in modo dispregiativo. Non ha detto non conosco Gesù oppure non conosco quest’uomo. Ma quell'uomo! Eppure stiamo parlando del "capo" dei discepoli, di uno che quell'uomo ha scelto perché presiedesse nella carità gli altri discepoli. Quante volte anche noi, magari senza proferirlo ma gridandolo nella coscienza, esclamiamo alla stesso modo Io quel Gesù non lo conosco! Quante volte non lo riconosciamo come nostro Maestro e Redentore. Quante volte lo tradiamo e passandogli accanto facciamo finta di non conoscerlo, quasi fosse un estraneo. Quante volte gli passiamo accanto senza nemmeno salutarlo e adorarlo come nostro Signore e Dio. Chissà quante volte non lo riconosciamo nel volto del fratello e della sorella che vivono nella povertà e nell'indigenza! Chissà quante volte passiamo accanto a Gesù presente nel volto di chi fuori dai supermercati tende la mano per chiederci in silenzio qualcosa! Chissà quante volte voltiamo dalla parte opposta la testa quando Gesù si presenta a noi in quei corpi martoriati dei nostri fratelli e sorelle immigrati e senza tetto! 
Gesù gridò a gran voce. 
Gesù grida la sua disperazione, la sua sofferenza, la sua solitudine, l’abbandono. Grida e nessuno lo ascolta. È il grido di tanti nostri fratelli e sorelle di oggi! È il grido dei disoccupati che hanno perso lavoro dopo tanti anni di sudore. È il grido di chi non si vede rispettato nella sua dignità di uomo. È il grido di chi si sente derubato dallo Stato per la sua onnipotenza economica che spoglia ogni cittadino. È il grido di chi vede violato la sua libertà di uomo. È il grido di migliaia di anziani che vivono nella solitudine e nell'abbandono totale. È il grido di chi, malato, non ha la possibilità di curarsi e nessuno gli va incontro, Stato compreso. È il grido di questi giorni di chi vede sradicare non solo gli alberi d’ulivo della sua terra di lavoro, ma vede sradicarsi la sua dignità di lavoratore onesto, solo perché la politica e l’economia hanno deciso sottobanco nuovi e contorti percorsi. È il grido dei genitori che vivono nella terra dei fuochi, in Campania come in Puglia e in ogni altra regione italiana, e vedono morire i loro figli a causa di malattie generate dall'emissione di scorie. È il grido di tanti nostri fratelli e sorelle che sbarcano sulle nostre coste in cerca di libertà e di dignità e non hanno in cambio nulla se non reclusione e espulsione. È il grido innocente di migliaia di bambini che ci rimettono la vita sotto le bombe nemiche nelle terre dove la guerra è ormai di casa. 
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 
È questo il drammatico grido che deve risuonare nella nostra coscienza di uomini e di credenti. Perché mi hai abbandonato? non è solo la domanda di Gesù rivolta al Padre, ma è una richiesta di aiuto a ciascuno di noi. Perché abbiamo abbandonato i poveri? Perché abbiamo abbandonato i profughi? Perché abbiamo abbandonato gli anziani? Perché abbiamo abbandonato i lavoratori onesti? Perché abbiamo abbandonato i malati? Perché abbiamo abbandonato gli operatori di pace e di giustizia? Perché abbiamo abbandonato i bambini malati? Perché abbiamo abbandonato chi lotta per la sopravvivenza? Perché abbiamo abbandonato chi è stato derubato della sua dignità? La festa delle Palme di quest’anno desti nella nostra coscienza una santa inquietudine ponendoci ogni scomoda domanda che ci riporti a prendere coscienza della nostra testimonianza cristiana. Più che scambiarci gli auguri, i soliti auguri di facciata e di circostanza, possiamo impegnarci concretamente per donare il nostro amore a chi davvero necessita di amore, a chi non avrà nessuno oggi che gli porti una palma, a chi scoraggiato dalla vita ritrovi nel nostro vero sorriso un germoglio di speranza. Che il tempo della crisi economica riporti in crisi le nostre coscienze per andare alla radice del problema, che è solo un problema di egoismo. 
Buona crisi a tutti! 
Padre Onofrio Antonio Farinola
sacerdote cappuccino

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