14 gennaio 2017

Discorso a braccio di Papa Francesco*

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
 Ho preparato questo discorso [mostra quello scritto]: sono cinque pagine. È troppo presto per addormentarsi un’altra volta! Così io lo consegnerò al Segretario Generale e cercherò di dirvi quello che mi viene in mente, quello che mi viene da dire... Lei [si rivolge a Mons. Galantino] poi lo fa conoscere…
Quando Mons. Galantino ha incominciato a parlare [nel suo saluto al Santo Padre] e ha detto il motto dell’incontro, “Alzati!...”, mi è venuto in mente quando questa parola è stata detta a Pietro, in carcere, è stata detta dall’angelo: «Alzati!» (At 12,7). Lui non capiva nulla. “Prendi il mantello…”. E non sapeva se sognava, se non sognava. “Seguimi”. E le porte si aprirono, e Pietro si ritrovò sulla strada. Lì si accorse che era realtà, che non era un sogno: era l’angelo di Dio e l’aveva liberato. “Alzati!”, gli aveva detto. E lui si alzò, di fretta, e se ne andò. E dove vado? Vado dove sicuramente c’è la comunità cristiana. E davvero è andato in una casa di cristiani, dove tutti pregavano per lui. La preghiera… Bussa alla porta, esce la domestica, lo guarda… e invece di aprire la porta torna indietro. E Pietro, spaventato perché c’era la guardia lì, che girava per la città. E lei: “Va’, c’è Pietro!” – “No, Pietro è in carcere!” – “No, è il fantasma di Pietro” – “No, c’è Pietro, è Pietro!”. E Pietro bussava, bussava… Quell’“Alzati!” è stato fermato per il timore, per la sciocchezza – ma, non sappiamo – di una persona. Credo che si chiamasse… [Rode]. E’ un complesso, il complesso di quelli che per paura, per mancanza di sicurezza preferiscono chiudere le porte.
 Io mi domando quanti giovani, ragazzi e ragazze, oggi sentono nel loro cuore quell’“alzati!”, e quanti – preti, consacrati, suore – chiudono le porte. E loro finiscono in frustrazione. Avevano sentito l’“alzati!”, e bussavano alla porta. … “Sì, sì, stiamo pregando” – “Sì, adesso non si può, stiamo pregando”. Fra parentesi, qualcuno, quando ha saputo che venivo da voi a parlare sulle vocazioni, ha detto: “Dica loro che preghino per le vocazioni, invece di fare tanti convegni!”. Non so se sia vero, ma pregare ci vuole, però pregare con la porta aperta! Con la porta aperta. Perché soltanto accontentarsi di fare un convegno, senza assicurarsi che le porte siano aperte, non serve. E le porte si aprono con la preghiera, la buona volontà, il rischio. Rischiare con i giovani. Gesù ci ha detto che il primo metodo per avere vocazioni è la preghiera, e non tutti sono convinti di questo. “Io prego… sì, io prego, tutti i giorni un Padre Nostro per le vocazioni”. Cioè, pago la tassa. No, la preghiera che esce dal cuore! La preghiera che fa che il Signore dica più volte quell’“alzati!”: “Alzati! Sii libero, sii libera! Alzati, ti voglio con me. Seguimi. Vieni da me e vedrai dove abito. Alzati!”. Ma con le porte chiuse, nessuno può entrare dal Signore. E le chiavi delle porte le abbiamo noi. Non solo Pietro, no, no. Tutti.
 Aprire le porte perché possano entrare nelle chiese. Ho saputo di alcune diocesi, nel mondo, che sono state benedette di vocazioni. Parlando con i vescovi [ho chiesto]: “Che cosa avete fatto?”. Prima di tutto, una lettera del vescovo, ogni mese, alle persone che volevano pregare per le vocazioni: le vecchiette, gli ammalati, gli sposi… Una lettera ogni mese, con un pensiero spirituale, con un sussidio, per accompagnare la preghiera. I vescovi devono accompagnare la preghiera, la preghiera della comunità. Bisogna cercare un modo… Questo è un modo che quei vescovi – tre o quattro che ho sentito – hanno trovato. Ma tante volte i vescovi sono impegnati, ci sono tante cose… Sì, sì, ma non bisogna dimenticare che il primo compito dei vescovi è la preghiera! Il secondo compito l’annuncio del Vangelo. E questo non lo dicono i teologi, questo è stato detto dagli Apostoli, quando ebbero quella piccola rivoluzione in cui tanti cristiani si lamentavano perché le vedove non erano ben curate, perché gli Apostoli non avevano tempo; allora hanno “inventato” i diaconi, perché si occupassero delle vedove, degli orfani, dei poveri… Noi, in questa Chiesa di Roma abbiamo un bravo diacono, abbiamo avuto Lorenzo, che ha dato la sua vita; si occupava di queste cose… E alla fine dell’annuncio, quando annuncia alla comunità cristiana, Pietro dice: “E a noi tocca la preghiera e l’annuncio del Vangelo” (cfr At 6,4). Ma qualcuno può dirmi: “Padre, lei sta parlando alla nuora perché senta la suocera?”. Sì, è vero. La prima cosa è pregare, è questo che Gesù ci ha detto: “Pregate per le vocazioni”. Io potrei fare il piano pastorale più grande, l’organizzazione più perfetta, ma senza il lievito della preghiera sarà pane azzimo. Non avrà forza. Pregare è la prima cosa. E la comunità cristiana, quella notte nella quale Pietro bussava alla porta, era in preghiera. Dice il testo: “Tutta la Chiesa pregava per lui” (cfr At 12,5). Era in preghiera. E quando si prega, il Signore ascolta, sempre, sempre! Ma pregare non come i pappagalli. Pregare con il cuore, con la vita, con tutto, con il desiderio che questo che io sto chiedendo si faccia. Pregare per le vocazioni.
 Pensate se voi potete fare una cosa del genere, come hanno fatto questi vescovi, che è gente umile: “Tu prendi questo impegno, tutti i giorni fai qualche preghiera”; e alimentare questo impegno, sempre. Oggi un libretto, il mese prossimo una lettera, poi un’immaginetta…, ma che si sentano collegati in preghiera, perché la preghiera di tutti fa tanta forza. Lo dice il Signore stesso. Poi, la porta aperta. E’ da piangere quando tu vai in parrocchia, in alcune parrocchie… E fra parentesi voglio dire che i parroci italiani sono bravi!, sto parlando in genere, ma questa è una testimonianza che voglio dare: mai ho visto in altre diocesi, nella mia patria, in altre diocesi, organizzazioni fatte dai parroci così forti come qui. Pensate al volontariato: in Italia il volontariato è una cosa che non si vede altrove. E’ una cosa grande! E chi l’ha fatta? I parroci. I parroci di campagna, che servono uno, due, tre paesini, vanno, vengono, conoscono i nomi di tutti, anche dei cani… I parroci. Poi, l’oratorio nelle parrocchie italiane: è un’istituzione forte! E chi l’ha fatto, questo? I parroci! I parroci sono bravi. Ma alcune volte – e parlo di tutto il mondo – si va in parrocchia e si trova una scritta sulla porta: “Il parroco riceve lunedì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 16”; oppure: “Si confessa da questa a questa ora”. Queste porte aperte… Quante volte – e sto parlando della mia diocesi precedente – quante volte ci sono le segretarie, donne consacrate, a ricevere la gente, a spaventare la gente! La porta è aperta ma la segretaria fa loro vedere i denti, e la gente scappa! Ci vuole accoglienza. Per avere vocazioni, è necessaria l’accoglienza. E’ la casa nella quale si accoglie.
E parlando dei giovani, accoglienza ai giovani. Questa è una terza cosa un po’ difficile. I giovani stancano, perché hanno sempre un’idea, fanno rumore, fanno questo, fanno quell'altro… E poi vengono: “Ma, vorrei parlare con te…” – “Sì, vieni”. E le stesse domande, gli stessi problemi: “Io te l’ho detto …”. Stancano. Se vogliamo vocazioni: porta aperta, preghiera e stare inchiodati alla sedia per ascoltare i giovani. “Ma sono fantasiosi!...”. Benedetto il Signore! A te tocca farli “atterrare”. Ascoltarli: l’apostolato dell’orecchio. “Vogliono confessarsi, ma confessano sempre le stesse cose” – “Anche tu, quando eri giovane, ti sei dimenticato? Ti sei dimenticata?”.
La pazienza: ascoltare, che si sentano a casa, accolti; che si sentano ben voluti. E più di una volta fanno ragazzate: grazie a Dio, perché non sono vecchi. E’ importante “perdere tempo” con i giovani. Alcune volte annoiano, perché – come dicevo – vengono sempre con le stesse cose; ma il tempo è per loro. Più che parlare loro, bisogna ascoltarli, e dire soltanto una “goccina”, una parola lì, e via, possono andare. E questo sarà un seme che lavorerà da dentro. Ma potrà dire: “Sì, sono stato con il parroco, con il prete, con la suora, con il presidente dell’Azione Cattolica, e mi ha ascoltato come se non avesse niente da fare”. Questo i giovani lo capiscono bene.
Poi, un’altra cosa sui giovani: dobbiamo stare attenti a che cosa cercano, perché i giovani cambiano con i tempi. Ai miei tempi c’era la moda delle riunioni: “Oggi parleremo dell’amore”, e ognuno preparava il tema dell’amore, si parlava… Eravamo soddisfatti. Poi, uscivamo da lì, andavamo allo stadio a vedere la partita – non c’era ancora la televisione – eravamo tranquilli. Si facevano opere di carità, visite agli ospedali… tutto sistemato. 
Ma eravamo piuttosto “fermi”, in senso figurato. 

Oggi i giovani devono essere in moto, i giovani devono camminare; per lavorare per le vocazioni bisogna far camminare i giovani, e questo si fa accompagnando.L’apostolato del camminare. E come camminare, come? Fare una maratona? No! Inventare, inventare azioni pastorali che coinvolgano i giovani, in qualcosa che faccia fare loro qualcosa: nelle vacanze andiamo una settimana a fare una missione in quel paese, o a fare aiuto sociale a quell'altro, o tutte le settimane andiamo in ospedale, questo, quello…, o a dare da mangiare ai senzatetto nelle grandi città… ci sono… I giovani hanno bisogno di questo, e si sentono Chiesa quando fanno questo. Anche i giovani che non si confessano, forse, o non fanno la Comunione, ma si sentono Chiesa. Poi, si confesseranno, poi, faranno la Comunione; ma tu, mettili in cammino. E camminando, il Signore parla, il Signore chiama. E viene un’idea: dobbiamo fare questo…; io voglio fare…; e si coinvolgono nei problemi altrui. Giovani in cammino, non fermi. I giovani fermi, che hanno tutto sicuro… sono giovani in pensione! E ce ne sono tanti, oggi! Giovani che hanno tutto assicurato: sono pensionati della vita. Studiano, avranno una professione, ma il cuore è già chiuso. E sono pensionati. Dunque, camminare, camminare con loro, farli camminare, farli andare. E nel cammino trovano domande, domande a cui è difficile rispondere! Io vi confesso, quando ho fatto le visite in alcuni Paesi o anche qui in Italia, in alcune città, di solito faccio una riunione o un pranzo con un gruppo di giovani. Le domande che ti fanno, in quei momenti, ti fanno tremare, perché tu non sai come rispondere… Perché sono inquieti [in senso positivo: sono in ricerca], e questa inquietudine è una grazia di Dio, è una grazia di Dio. Tu non puoi fermare l’inquietudine. Diranno stupidaggini, a volte, ma sono inquieti, e questo è ciò che conta. E questa inquietudine è necessario farla camminare.

“Alzati!”. La porta aperta. La preghiera. La vicinanza a loro, ascoltarli. “Ma sono noiosi!...”. Ascoltarli, farli camminare, farli andare, con proposte da “fare”. Loro capiscono meglio il linguaggio delle mani che quello della testa o quello del cuore; capiscono il fare: capiscono bene! Pensano così così, ma capiscono, fanno bene se tu dai loro da fare. Capiscono bene: hanno una capacità di giudicare acuta; dobbiamo sistemare un po’ la testa, ma questo viene, viene con il tempo.
E infine, l’ultima cosa che mi viene in mente per la pastorale vocazionale, è la testimonianza. Un ragazzo, una ragazza, è vero che sente la chiamata del Signore, ma la chiamata è sempre concreta, e almeno la maggioranza delle volte, la più parte delle volte è: “Io vorrei diventare come quella o come quello”. Sono le nostre testimonianze quello che attira i giovani. Testimonianze dei preti bravi, delle suore brave. Una volta è andata una suora a parlare in un collegio – era una superiora, credo una madre generale, in un altro Paese, non qui – ha riunito – questo è storico – la comunità educativa di quel collegio di suore, e questa madre generale invece di parlare della sfida dell’educazione, dei giovani che si stanno educando, di tutte queste cose, incominciò a dire: “Noi dobbiamo pregare per la canonizzazione della nostra madre fondatrice”, e ha passato più di mezz'ora parlando della madre fondatrice, che si deve fare questo, chiedere il miracolo… Ma la comunità educativa, i professori, le professoresse [pensavano]: “Ma perché ci dice queste cose, mentre noi abbiamo bisogno di altro… Sì, questo sta bene, che sia beatificata e canonizzata, ma noi abbiamo bisogno di un altro messaggio”. Alla fine, una delle professoresse – brava, era brava questa, l’ho conosciuta – disse: “Madre, posso dire una cosa?” – “Sì” – “La vostra madre non sarà mai canonizzata” – “Ma perché?” – “Eh, perché sicuramente è in purgatorio” – “Ma non dire queste cose! Perché dici questo?” – “Per avere fondato voi. Perché se tu che sei la generale sei tanto – diciamo – sciocca, per non dire di più, la tua madre generale non ha saputo formarvi”. Non è così? 
E’ la testimonianza: che vedano in voi vivere quello che predicate. Quello che vi ha portato a diventare preti, suore, anche laici che lavorano con forza nella Casa del Signore. E non gente che cerca sicurezza, che chiude le porte, che spaventa gli altri, che parla di cose che non interessano, che annoiano i giovani, che non hanno tempo… “Sì, sì, ma sono un po’ di fretta…” 
No. Ci vuole una testimonianza grande!

Non so, questo è quello che mi scoppiato nel cuore a partire da quel’“alzati!” che ho sentito dire da Mons. Galantino, dal motto del vostro incontro. E ho parlato di quello che sento. E vi ringrazio per quello che fate, vi ringrazio per questo convegno, vi ringrazio per le preghiere… E avanti! Che il mondo non finisce con noi, dobbiamo andare avanti…
Adesso, prima della benedizione, preghiamo la Madonna: “Ave Maria…”.

*ai partecipanti al Convegno promosso dall'Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana

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