18 dicembre 2016

«Tu lo chiamerai Gesù!» Commento al Vangelo, IV domenica di Avvento

Già la prima lettura del profeta Isaia ci introduce nella liturgia di questa quarta e ultima domenica di Avvento, presentandoci una “Vergine, che concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. Ne fa eco la pagina del Vangelo di Matteo identificando la figura della Vergine con quella di “sua madre Maria, promessa sposa di Giuseppe”. Maria viene presentata nella triplice azione di Vergine, di Madre e di sposa. Mi piace oggi guardare Maria come il modello della Chiesa chiamata ad essere vergine, madre e sposa. La Chiesa, ossia il popolo di Dio, noi battezzati, è l’immagine della maternità della Ragazza di Nazareth, è il prolungamento della fecondità della Vergine, è l’icona dell’amore immacolato e immediato della Madre di Cristo. Non può la Chiesa non guardare a lei per imparare a vivere la sua maternità spirituale, la sua fecondità generante e la sua fedeltà sconfinata. Maternità, fecondità e fedeltà. Maria è Madre, è feconda, è fedele. La Chiesa, ad immagine di lei, ha la specifica vocazione di essere madre, feconda e fedele. Per questo ci chiediamo: io come cristiano, come membro attivo della Chiesa, sono madre, feconda e fedele? 
In che modo io sono chiamato a essere madre? 
La maternità del credente in Cristo si manifesta nel momento in cui sa essere premuroso, docile, attento, prossimo. Come una mamma è tutto questo per amore del suo figlio, così il cristiano è chiamato a vivere questo aspetto materno nei confronti di tutti, non solo dei membri della sua stessa casa, della Chiesa stessa. Si può incorrere nella deriva della chiusura, di un efferato egocentrismo. Ma una mamma è docile, attenta e premurosa soprattutto verso un figlio più bisognoso. Il cristiano lo sarà verso i più deboli, i poveri, gli ammalati, i più piccoli. Come lo fu Maria verso sua cugina Elisabetta. 
In che modo io sono chiamato a essere fecondo? 
«È urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore». (Lumen fidei, 4). Parliamo della fecondità delle fede. Una fede feconda è una fede che genera, è una fede che illumina, è una fede che contagia, è una fede che rischiara, è una fede che brilla. il credente in Gesù, come Maria di Nazareth, deve essere una mamma feconda, che amando davvero genera. Genera con la sua fede cristallina, con la sua fede che matura di giorno in giorno, con la sua fede che testimonia la bellezza dell’essere Chiesa. Il cristiano però non sempre è fecondo, non sempre mostra la bellezza della sua vocazione. Quanti musi, quante dicerie, quante calunnie, quante cattiverie abbruttiscono il volto bellissimo della Chiesa. Si è fecondi quando si vive nella luce e si trasmette la luce. Maria ha trasmesso la luce della sua testimonianza con il servizio e la coerenza di vita. 
In che modo sono chiamato a essere fedele? 
La Vergine di Nazareth ha pronunciato un fiat ed è stata fedele sino alla fine a quella risposta. Il cristiano ha pronunciato pure il suo fiat con il dono del Battesimo e della Confermazione. È fedele a quel pronunciamento? La fedeltà è il mezzo di misura della fede di ciascun credente. Se si è fedeli, si ha la fede. 

Il peccato, le miserie umane, le cadute non sono un alibi per non vivere la fedeltà a Dio. Anzi, sembra che la fedeltà passi proprio attraverso il superamento di queste miserie umane. Certamente non per nostro volere, quanto per amore di Dio. È la misericordia del Padre che permette, nonostante l’infedeltà momentanea umana, di continuare a manifestare la volontà decisa di essere fedele. Dunque, non c’è motivo per non vivere la fedeltà. La Donna di Nazareth quel sì che ha pronunciato il giorno dell’annuncio dell’angelo lo ha ripetuto ogni giorno della sua vita. Anche sotto la croce Maria ha gridato la sua fedeltà. Non è fuggita, non si è pentita, non ha indietreggiato, non ha imprecato. Maria non ha gridato per il dolore che pure le contorceva il cuore, ma ha gridato tra le lacrime di fede e di speranza, il suo sì, ha gridato a squarciagola la sua fedeltà. Specchiamoci nella tota pulchra per essere belli anche noi. La via pulchritudinis è la via che siamo chiamati a seguire sulle orme della Vergine di Nazareth con la nostra maternità, la nostra fecondità e la nostra fedeltà. 
Con la nostra maternità, fecondità e fedeltà siamo chiamati a rinnovare costantemente il mistero che vivremo tra non molti giorni, il mistero splendido del Natale. Non solo, ma riusciremo a recuperare e a ridare il suo vero significato spirituale a questo evento grandioso e meraviglioso della storia. Come e con Maria.
Padre Onofrio Antonio Farinola
sacerdote cappuccino

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