15 ottobre 2016

«Dio farà giustizia ai suoi eletti» Commento al Vangelo del 16 ottobre 2016, XXIX domenica TO

«Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai». Sono le parole che oggi danno il la alla musica della liturgia della Parola di questa domenica del tempo ordinario. Non si dice semplicemente che Gesù raccontava la parabola per insegnare la preghiera o a pregare o in che modo pregare, ma si specifica che il Maestro desiderava insegnare a pregare in modo costante, senza stancarsi. Non solo, ma si specifica pure che voleva insegnare che la preghiera non è un obbligo ma è una necessità. Pregare dunque per necessità e senza mai annoiarsi. La preghiera intesa da Gesù è una preghiera fatta di insistenza. Per questo racconta la parabola di quella vedova che in maniera insistente chiede ad un giudice senza pietà e irremovibile giustizia. Sarà quella insistenza a smuovere il cuore irrigidito dalle leggi di quel giudice. Certamente il Maestro di Nazareth non sta dicendo che Dio è un giudice implacabile, che non ascolta, indifferente alle richieste dell’uomo. Si tratta pur sempre di una parabola, di un racconto che ha del paradosso. L’accento è posto sula figura della vedova. 
Anzitutto si tratta di una vedova, di una donna indifesa, di una "donna di periferia", ovvero emarginata, di una donna che poco conta nella società del tempo. Quella povera donna sa essere costante nella sua richiesta al giudice. È quella costanza che viene elogiata. È l’elogio della costanza ad esser messo in vista dal Maestro Gesù. Forse dovremmo ammettere che non sempre siamo costanti nella preghiera, viviamo fasi di pieno fervore alternati da quelli di aridità spirituale, per cui la preghiera ora è forte, ora è completamente assente. Non si può pregare a fasi alterne. Con la preghiera costante, appunto insistente, cioè che esiste per sempre nella nostra vita, si fa della stessa preghiera un modus vivendi. La preghiera intesa da Gesù è un modo di vivere, e non una cantilena imparata a memoria o una filastrocca da recitarsi in alcuni momenti della vita. La preghiera è un modo di vivere che mette in relazione il credente con Dio. È un andare al cuore di Dio, così come quella vedova del Vangelo riesce ad andare al cuore del giudice, un cuore indurito dalla semplice conoscenza delle leggi. Eppure il cuore di Dio non è per nulla indurito. Allora per noi credenti deve essere facile con la nostra vita fatta preghiera entrare nel cuore di Dio. 
Si tratta di entrare nel cuore di Dio, e non di far entrare Dio nel nostro piccolo cuore. Pregare non è tirarsi il Signore dalla nostra parte, ma è lasciarsi coinvolgere dalla sua entusiasmante proposta di vita. Pregare è tenere le braccia alzate verso il cielo come Mosè (cfr. prima lettura) in segno di comunicazione; pregare è afferrare il cielo per entrare nel suo infinito spazio di libertà; pregare è lasciarsi abbracciare dall’immenso spazio cosmico per respirare l’aria dell’infinito di Dio; pregare è orientare lo sguardo verso il cielo, ossia verso l’alto, verso ciò che è alto nella vita; pregare è vivere la scalata della vita che ti porta a raggiungere le vette più alte dell’armonia cosmica dentro e fuori di te; pregare è respirare l’aria stessa di Dio, l’aria della bellezza della natura, quella della pioggia battente d’inverno, quella del mare in estate, quella dei boschi in autunno, quella di una natura che si risveglia in primavera quando vedi svolazzare di qua e di là le simpatiche farfalle colorate. 
Pregare è vivere sempre. E senza mai stancarsi! È la bellezza di una vita che canta quella di chi prega, di una vita che sa dispiegare le ali del cuore per spiccare nuovi voli, come quelle delle aquile. 
Padre Onofrio Antonio Farinola
Sacerdote cappuccino 

Nessun commento:

Posta un commento