10 settembre 2016

«Si alzò e tornò da suo padre» Commento al Vangelo dell'11 settembre 2016, XXIIV domenica del T.O.

La parafrasi lucana di questa domenica del tempo ordinario non è affatto nuova alla nostra conoscenza. L’evangelista Luca, infatti, ci presenta le “famose” tre parabole della misericordia, ossia le parabole dei perduti ritrovati: quella della pecora ritrovata dal suo pastore dopo aver lasciato le altre nel recinto e aver camminato tutta la notte; quella della moneta ritrovata dalla donna dopo tanto cercare; quella del padre che accoglie e riabbraccia il figlio allontanatosi da casa per tanto tempo nonostante abbia sperperato tutti gli averi che aveva ricevuto in eredità. C’è un comune denominatore che lega i tre racconti di Gesù: la festa. 
Raccontando la prima breve e intensa parabola Gesù conclude dicendo: "Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Nel secondo episodio il finale è del tutto simile: "Dopo averla trovata, chiama le sue amiche e le vicine, e dice: Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto". Infine nel terzo racconto Gesù utilizza ancora le stesse parole e lo stesso concetto: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. 
La festa non è un elemento estraneo alla spiritualità cristiana. Generalmente si tende a mettere in evidenza la dimensione della sofferenza e del dolore, ma poco quello della festa e della gioia. La vita di un cristiano deve essere impregnata di gioia e di festa. La festa è una conseguenza della gioia. Ma quale gioia? Gioia per cosa? Come si fa a gioire quando la vita presenta situazioni di dolore e di sofferenza? La gioia rispetto alla sofferenza non conosce il limite nella spiritualità cristiana. Basti pensare alla risurrezione che è eterna, mentre il dolore della croce è momentaneo, è limitato in soli tre giorni. Pensiamo alla gioia della riconciliazione con Dio, dopo aver vissuto il momento della confessione. O pensiamo anche alla gioia dell’Eucarestia che, nonostante le nostre fragilità e le nostre miserie, riceviamo dalle mani del sacerdote. Oppure la gioia di un bambino che viene al mondo e rinasce nel grembo della Chiesa con il sacramento del Battesimo. O, ancora, la gioia di una comunità che si ritrova a condividere il cammino spirituale in seno alla parrocchia. O la gioia di chi si consacra al Signore con la grazia del sacramento dell’Ordine Sacro o del Matrimonio. Queste gioie non possono non “scatenare” la festa. 
Un bellissimo passo dei primi testi della cultura cristiana così si esprime: "Armati di gioia, che è sempre grata ed accetta a Dio, e deliziati in essa. L’uomo allegro fa il bene, pensa il bene ed evita più che può la tristezza. L’uomo triste, invece, opera sempre il male, prima di tutto perché contrista lo Spirito Santo, fonte all'uomo non di mestizia ma di gioia: in secondo luogo perché tralasciando di pregare e di lodare il Signore, commette una colpa... Purificati, dunque da questa nefanda tristezza e vivrai in Dio. E vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia" (Pastore di Erma). 
E san Tommaso d’Aquino: "La gioia è causata dall'amore".
Sarebbe un peccato se un cristiano non conoscesse la gioia: la gioia dell’amore di Dio e del prossimo; la gioia dell’oblatività; la gioia dei sacramenti; la gioia degli incontri; la gioia della preghiera; la gioia dell’essenzialità; la gioia del perdono; la gioia del servizio disinteressato; la gioia della convivialità. E sarebbe un peccato se non sapesse far festa per condividere la gioia. 

Padre Onofrio Antonio Farinola

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