5 giugno 2016

«Ragazzo, dico a te, àlzati!» Commento al Vangelo, X domenica del tempo ordinario

La liturgia della Parola di questa decima domenica del tempo ordinario è accomunata da due storie simili tra loro. Due donne vedove, quella della prima lettura del primo libro dei Re, e quella del Vangelo di Luca, accomunate dal viscerale dolore per la morte di un figlio, dell’unico figlio. Ma abbiamo anche due figure pure esse unite da un atteggiamento, altrettanto viscerale, della compassione. Sono il profeta Elia e il Maestro di Nazareth. Le madri vedove. Sono le donne-simbolo di migliaia di madri senza volto e senza nome che ancora oggi vedono strapparsi dalla bocca divoratrice di una morte ingiusta e indefinita non solo i loro mariti, ma anche i loro figli. I volti di queste donne di cui accennano le letture bibliche, oggi hanno un volto e un nome. Sono i volti e i nomi delle donne che sbarcano sulle nostre coste italiane, nelle nostre terre di Sicilia, di Puglia e di Calabria, in quelle della Liguria mentre tentano di passare i confini del Paese. Sono i volti e i nomi di quelle madri che vedono inghiottire dalla profondità del mare aperto i loro figli come fossero divorati dai leoni che ringhiavano i primi martiri cristiani. Sono i volti e i nomi di quelle giovani madri che sono costrette a dare alla luce la loro creatura in un gommone di fortuna nel mezzo della traversata notturna. Sono i volti e i nomi di quelle madri disperate perché sanno che non rivedranno più tornare i loro figli che fuggono in cerca di una libertà sognata e forse mai realizzata. Sono i volti e i nomi di quelle mamme che non smettono di consumarsi con le loro lacrime perché certe che i loro figli non godranno più del loro amore, cadendo in campo di guerra come assassinati dall'ira dei furibondi soldati che uccisero senza pietà gli innocenti di Betlemme. 
Le vedove di Sarepta di Sidone e di Nain oggi sono le vedove dell’Iraq, della Siria, della Libia, del Pakistan, della Nigeria, del Marocco e di tante altre parti del mondo senza nemmeno più i loro figli. Elia e Gesù. Elia si rivolge a Dio perché ottenga da lui la grazia di poter ridonare la vita al piccolo figlio della vedova di Sidone. Gesù con la sua parola e il suo gesto di toccare la bara del figlio della mamma di Nain ridà la vita al bambino e lo restituisce alla sua mamma. Di Gesù l’evangelista sottolinea che vedendo la mamma piegata dal dolore provò grande compassione. Egli partecipa al dolore della povera vedova, ora anche senza il suo unico figlioletto. C’è una partecipazione viscerale. Lo stesso dolore che prova la mamma lo prova anche il Figlio di Dio. Anche il profeta Elia prova dolore perché vede disperata la vedova di Sidone. Dopo la preghiera rivolta a Dio, Elia vive un contatto fisico con il bambino. È il gesto della trasmissione della vita. Quel contatto fisico che lo stesso Gesù vive toccando la bara. È la dimensione dell’empatia spirituale. 
L’empatia di Elia e del Maestro di Nazareth ci fanno chiedere se anche noi dinanzi alle immagini, ormai non solo più televisive ma anche della realtà concreta, ci lasciamo prendere da una compassione viscerale; se anche noi non evitiamo il dolore degli altri, ma ci lasciamo toccare in profondità; se anche noi siamo in grado di non allontanarci facendo orecchie da mercanti quando sentiamo la voce flebile dei nostri fratelli e sorelle delle terre accanto; se anche noi sappiamo vivere un contatto fisico, tendere la mano a chi ce la porge in segno di richiesta di aiuto; se anche noi viviamo l’empatia dello spirito e ci lasciamo contorcere lo stomaco per il troppo dolore, condividendo così il dolore di chi lascia la sua terra, di chi innocente cade vittima della violenza senza senso, di chi è tragicamente costretto a vedersi disgregare la propria famiglia, di chi si vede rifiutato dall’opulenza dei popoli viciniori, di chi cade nella rete dell’indifferenza dei simili. Come Gesù ed Elia avviciniamoci alle tante bare umane che racchiudono grida di dolore e di sofferenza senza senso, allunghiamo il braccio e tendiamo la mano perché con la nostra vicinanza possiamo trasmettere la vita. 
Come Gesù ed Elia facciamoci prossimi delle tante vedove che perdono pure il loro figlio per infondere la speranza. 
Onofrio Antonio Farinola*
Sacerdote cappuccino


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